domenica 22 novembre 2009

Fariseismo e falsi profeti


I falsi profeti, di qualsiasi credo essi siano, tendono ad affermare, implicitamente, nei riguardi dei propri simili, devoti o sudditi, il principio perverso del: “…non fare ciò che io faccio!” e “se la fai, falla franca!”
Ciò è affermato per se stessi, attraverso una esoterica imposizione agli altri,
un modo per scaricare la propria cattiva coscienza, che fa loro asserire: “ .. non dovrei fare ciò che io faccio ma, quale inconscio personale atto riparatore, ciò che non sono in grado di imporre a me stesso, dall’alto della mia autorità lo pretendo da altri, cosicché è quasi come, indirettamente, lo imponessi a me!” punto. La coscienza è rimessa a nuovo.
Il medico fumatore afferma: il fumo uccide!” non ucciderà lui però.
A guisa della selva di politici, parolai che ci ammaniscono giornalmente esempi da seguire, falserighe che, se la legge fosse uguale per tutti, ci ritroveremmo direttamente nelle patrie galere.
La cattiva coscienza sembra divenire la regola; l’imbarbarimento delle istituzioni ne è la normale conseguenza.
C’è chi inganna, ruba, torteggia, evade le tasse, corrompe, taglieggia uccide, eppure vi è sempre il leguleio che, soldi alla mano, li salva, pur sapendo esattamente quale sia la verità vera.
C’è chi s’impicca in prigione, dopo una condanna a quattro anni per aver rubato uno zaino e c’è chi, in galera ci dovrebbe stare a marcire per i delitti commessi; invece è fuori e pontifica e non governa ma dirige, comanda e minaccia e racconta barzellette e bugie, per la gioia degli italiani e per l’ attendibilità dell’Italia all’estero.
Ciò che avvelena la democrazia potrà essere ancora corretto?!
Siate giudiziosi cittadini, nella casa delle libertà, ognuno ha licenza di fare ciò che gli aggrada, … e, se la fate, combinatela grossa e vedete di farla franca!
Novelli farisaici semidei o vili furfanti in libera uscita? ai posteri e … alle urne, per chi ancora ci crede, l’ardua sentenza.
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giovedì 12 novembre 2009

Il punto


In questi ultimi cinquant’anni, pur avendo avuto personaggi dalla levatura politica encomiabile, attivando nel Paese e fuori, universale stima e considerazione, lo Stato, monopolizzato da una burocrazia mastodontica, formalista e pedante ma, soprattutto gattopardesca e misoneista, non è stato in grado di incidere significativamente su una società, specie al Sud, dominato da lobby mafioso/camorristiche che hanno prodotto e producono più o meno ovattate soperchierie e violenze di ogni genere sulla gente, in talune zone al limite del tribale. Ma, se il Sud piange, da oltre un ventennio anche il Nord non ride; questo cancro stà intaccando ormai quasi tutto il paese. Le smargiassate del Pdl, millantate come libertà, quale pare volersi intendere l’agire come conviene al “padrone”, usando il Parlamento come fonte di leggi di copertura alle proprie malefatte.
Libertà intesa come ‘mani libere’; ciò è da definirsi liberticidio, altro che libertà. La ripugnanza e il disgusto di fronte a tanto dispregio delle istituzioni non dovrebbe avere limiti e dovrebbe generare risposta spontanea, veemente e inflessibile da parte dei cittadini. “Sino a quando uno spirito di rivolta morale sarà in piedi, indifferente a seduzioni, blandizie e minacce, la democrazia in Italia sarà al sicuro” Stiamo assistendo ad un processo epocale di decadenza; il termine civiltà si fa sempre più esile e ciò che si assapora, giorno dopo giorno, non fa presagire nulla di buono. Si inserisce, in tutto questo, un’altra forte realtà: i giovani per lo più si disinteressano di politica (la quale, o si fa o si subisce), con conseguenze, anche immediate, di lasciare mano libera ai pochi che vi si dedicano e che non troveranno ostacoli o critiche severe al proprio operato. Non penso siano da imputare loro colpe se non in parte; queste sono più da ricercarsi nei programmi governativi della scuola, di ogni ordine e grado, programmi che, dal dopo guerra, hanno ignorato la storia recente, forse per i troppi cadaveri nell’armadio di personaggi che, allevati e dal regime fascista, sono rimasti, salvo rari casi, classe dirigente anche dopo la guerra immane del 1940/45, mascherando le responsabilità che ne derivavano e perpetuando il pressapochismo del ventennio. Si è ancora fermi alle guerre puniche, agli dei dell’Olimpo, a Giove che si svacca con le sue escort. La rivoluzione francese? e quella russa? e le guerre d’indipendenza americane? e la prima guerra mondiale? e la seconda, la più terribile? e le guerre di religione con i loro milioni di vittime? Sì, ‘en passant’ se ne parla ma le ragioni storiche che facciano riflettere sui “perché”, quelle che dovrebbero incidere nelle coscienze, affinchè non si ripetano più simili barbarie, sono troppo deboli e talvolta inesistenti. La decadenza etica e morale che caratterizza sempre più il nostro Paese, mi riconduce al pensiero etologico dei comportamenti animali e mi chiedo: quale gusto perverso porta certi individui ad essere paragonati a dei predatori, con una differenza non banale: il predatore animale, se nutrito si acquieta, mente il predatore uomo non è mai satollo. Inquisiti e condannati non si contano. Anche se è la destra a fare la parte del leone, pure al centro e a sinistra si deve fare bucato. Ma si sente ancora qualcosa di sinistrorso? Esisteva una volta il socialismo (Craxi dis-fecit); si dice che gli adepti siano confluiti per la gran parte nel berlusconismo e ora, dopo settanta anni di battaglie antifasciste, la gran parte di questi governa con gli ex M.S.I.; fantascentifico e scandaloso. Pertini, Matteotti, Nenni ma anche Degasperi, Segni e Moro (non Andreotti) uomini famosi che fecero l’Italia repubblicana, si rivoltano nella tomba. Ma non era (dallo Zingarelli) il “socialismo: il partito che propugna-(va) l’eguaglianza politica, sociale ed economica di tutti gli uomini?” Berlusconi, con Ghedini (ma valà!, ma valà!...) difatti propugna tutto ciò. Con il fascismo, senza la tessera del partito non si lavorava; anche ora nel Sud, ‘do ut des’, senza favoritismi non si lavora. E Bossi intanto aspetta e spera che le promesse dell’innominato si avverino; sognare è lecito, è solo sogno! (more...) Leggi tutto...

mercoledì 10 giugno 2009

Le credenze religiose - panteismo e ragione


È sempre più attuale nella letteratura moderna il tema “ragionato” sulla presenza e sui valori delle varie religioni del pianeta, sulla loro funzione passata, presente e futura. La delicatezza dell’argomento richiede il rispetto dovuto ai professanti di qualsiasi “credo” ma non può non esigere altrettanto rispetto per scettici, agnostici e atei; pertanto, affrontare serenamente il lato storico documentato e palese dei vari “credo”, va a chiarezza e vantaggio della verità.

Autori quali: Nietsche, Bernazza, Augias, Zavoli, Rendina, Leedom-Murdy, Romano, Ceccoli e altri hanno affrontato di petto i problemi posti dalle credenze religiose sotto ogni cielo. Se ne deduce che, tutte le morali e le leggi mirano a creare delle abitudini, ad eliminare il chiedersi: perché…?, fino ad ottenerne istintivamente la totale assuefazione. A lungo andare questo diventa pregiudizievole per la “ragione”. Agire per abitudine crea pigrizia mentale e, nell’immediato, il timore dell’insolito, di ciò che, a loro volta fanno o pensano gli altri indottrinati. Ciò che, a questo proposito, viene infuso da piccoli porta a non ragionare, ad agire d’istinto, un istinto precedentemente inculcato. …”Quello che le chiese, le religioni hanno sempre voluto sono cecità e stordimento introspettivo, negando e svilendo la ragione, il discernere cioè il vero dal falso” [1].
La fede, a qualunque religione essa faccia riferimento, è educazione teista martellante, assillante, ossessiva, fin dai primi anni d’infanzia, con le implicazioni che queste trascendenti fantasie comportano quali: condizionamenti, suggestioni, dipendenza, sottomissione alle cosidette autorità spirituali, ai gran sacerdoti, fin dai tempi degli Assiri e dei Babilonesi, (IV° millennio a.C.). Questi adoravano diversi dèi e le loro politeiste credenze hanno influenzato in modo determinante anche le sopravvenienti religioni ebraica, cattolica e musulmana. Di tale sistema educativo abbiamo ancora esempi nelle scuole coraniche, dove ai bambini è insegnato esclusivamente il libro-parola di dio. Delle numerose frammentazioni della devozione cristiana in: cattolico-romana, protestante, anglicana, testimoni di Geova, Chiesa d’Oriente, evangelica, ortodossa russa, ortodossa greca, pentecostale, valdese, calvinista, lefebvrebiana, luterana, puritana, metodista, battista, mormone, ugonotta, presbiteriana. maronita, ecc.… oltre alla neonata oscena Scientology, ognuna ha rituali propri; differiscono i sistemi di erudizione chiesastica.
Così è per il mondo musulmano, con sciiti e sunniti, per citare i due schieramenti più radicali. Pur facendo, ognuna di loro, riferimento ad una o a più divinità e ognuna predicando la propria “verità”, si sono generate in passato diatribe religiose che hanno assunto punte di esasperazione e di fondamentalismo tali da provocare a loro volta guerre terribili, con conseguenze catastrofiche su interi popoli e continenti (pensiamo alle Crociate (con i conseguenti saccheggi e depredazioni) alla guerra dei trent’anni in Europa, (con quattordici milioni di morti), alla Santa Inquisizione (con decine di migliaia di condanne al rogo) alle recenti sanguinose divisioni fra protestanti e cattolici in Irlanda del Nord, al genocidio, nel nome di Dio, dei popoli latino-americani, delle Filippine, di Haiti, solo per citarne alcune, per non parlare dei passati soprusi in casa nostra e in Europa. Si assiste tuttora a tragiche contrapposizioni in India, nelle Filippine, in Eritrea e altrove?
Mio padre spesso mi riportava il ricordo dei sacerdoti che benedivano le armi all’inizio della prima guerra mondiale; erano armi della cristiana Austria, che avrebbero ucciso altrettanti soldati della cristiana Europa.
Le orde di Hitler erano guarnite della scritta “Gott mit uns”, Dio è con noi – Bush, nel mandare al massacro i suoi soldati, reclutati sulle strade di casa, fra i disoccupati, fra i diseredati della grande nazione “democratica” americana, ha presentato al suo popolo le guerre con la mano destra sul cuore e con un “Dio ci aiuti” (… e quindi, Guantanamo…)
Sono solo alcuni esempi fra gli innumerevoli fatti che si sono verificati e che accadono, sotto ogni cielo, anche ai nostri giorni.
La cosiddetta fede si identifica nell’istinto di dominio e di sopraffazione, naturale in quasi tutte le specie animali, ma più accentuata nell’uomo; egli ha usato e usa il suo raziocinio mentale, per sopraffare gli elementi più deboli e indifesi delle proprie società.
Non gli dèi hanno creato l’uomo ma l’uomo ha creato dèi che non rispetta, usandoli spesso ai propri fini quali il raggiungimento di ricchezza, di potenza, con abusi di ogni sorta, politici, sessuali, razziali, discriminatori, il tutto nel più assordante e passivo silenzio.
… “ e i sogni, le paure ataviche, primordiali, hanno creato le religioni, le credenze; motivi e temi mitologici hanno creato gli esseri soprannaturali, retaggio delle innumerevoli religioni esistenti e scomparse.” [2]
Più si inculca e più si ha fede; in cosa? in divinità le quali, dei mali del mondo non se ne curano e non l’hanno mai fatto? Per curarsene dovrebbero materializzarsi mettendo ordine; ma quale teodicea, ma quale infinita bontà, onniscienza e misericordia, ma quale carità e compassione, ma quale amore, ma quale presenza soprannaturale…ma quale…
Ogni religione crea sudditanza psicologica, la quale limita, quando non disconosce, il libero pensiero. Il vecchiume rappresentato dal conservatorismo antistorico, a lungo andare, ha fatto e sta facendo perdere sempre più terreno alle credenze divine, al sacro.
Se Gesù, quel grande uomo che fu, così grande che nemmeno lui si sarebbe sognato di diventare, ebbene, se egli dovesse tornare, troverebbe il Suo tempio non pieno di mercanti ma di vipere che, nel Suo nome hanno perseguitato, ucciso, torturato , vilipeso, affamato e sterminato popoli interi, per secoli e secoli. E i musulmani? si stanno ancora sbranando fra le diverse fazioni religiose, non risparmiando nulla e nessuno, uomini, donne, bambini e vecchi saltano ogni giorno per aria con orribili attentati o sono sgozzati come agnelli. Tutto il divino possibile e oltre, nel nome ognuno del proprio dio e della propria fede. Se ne potrebbe scrivere, non un volume, ma una biblioteca.
É sistema collaudato da secoli e prerogativa di tante confessioni l’appropriarsi dell’essere appena nato e di mollarlo con il suo funerale.
Fra le molteplici circonvenzioni e manipolazioni delle cosidette “verità rivelate” hanno potuto prolificare e diffondersi la teologia zoroastriana [3] e le deità babilonesi, egizie, greche, romane, shintoiste, buddiste, taoiste, giudaiche, cristiane, cattoliche, confuciane, taoiste, islamiche, induiste, ecc.
Le antiche credenze erano anche peggiori ed il fedele era costretto ad adeguarvisi, pena la morte. Galilei, per il solo fatto di affermare che il sole sta fermo e la terra vi gira intorno, ha rischiato il sacro rogo, si il sacro rogo, perché anche gli strumenti di morte usati dalla Chiesa erano ritenuti “sacri”.
Pure ai giorni nostri, chi si spinge un po’ più in là con dichiarazioni o scritti ritenuti “blasfemi”, rischia un anatema, una scomunica, una fatwa (condanna a morte).
La gestione di enormi capitali su tutto il globo, nei paradisi fiscali, il divario del benessere goduto da prelati, papi, vescovi, è ovunque affermato storicamente e il lusso vaticano (pur senza la sedia gestatoria) è ancora imperante; la vita in povertà, è rimasta prerogativa forse solo delle umili parrocchie. Nel mondo arabo certo lusso è retaggio di secoli di tirannia dei potenti, a loro dire, un pò tutti discendenti di Maometto e perciò, per volere divino, diversi, superiori; da loro, a chi l’acqua in casa sgorga da rubinetti d’oro e a chi manca persino da poter bere; questo è il credo e la pratica religiosa dei “fratelli” musulmani e, secondo quanto i potenti asseriscono, il volere di Allah.
In India vige una fortissima teocrazia; popolata da migliaia di dèi, la società è tutt’ora divisa in caste, (l’infima delle quali sono gli “impuri”, gli “intoccabili”) rigorosamente disciplinate dalla religione. La maggior parte della popolazione è in stato di estrema povertà, analfabetismo e vi regna una mortalità infantile fra le più alte del mondo. È molto venerata la sacra Trimurti, (Brahmä, Shiva e Visnù) e le signorie imperano.
E i popoli? per lo più sono amorfi, si preferisce non pensare, non approfondire, non cercare di sapere, perchè anche il “sapere” è nemico acerrimo del sacro – più si sa e meno si crede (così come in politica: troppo presto e spesso si dimenticano vere e proprie delinquenze subite dalla società civile). La scienza? il male del mondo, il grande satana, la tentazione che porta alla perdizione perpetua dell’anima (sic.) in quanto riesce a far ragionare e a chiedere risposte certe. L’evoluzionismo di Darwin? criminali pettegolezzi di antropologi e naturalisti; il mondo ha diecimila anni e l’uomo ne è presente perché un dio in una settimana ha fatto terra, oceani, animali di ogni specie, perfino una donna con la costola della sua prima cretura, a sua volta fatta con un po’ di fango. Alla fine della settimana durante la quale ha fatto terra, sole, stelle, firmamento e tutto l’universo, essendo domenica, ha riposato.
Pure prendendo atto che l’uomo sicuramente cerca responsi a domande alle quali le innumerevoli credenze religiose esaustivamente non possono dare, affrontare con coscienza queste problematiche a molti parrà crollare loro il mondo addosso; io stesso, da emigrante a Zurigo negli anni cinquanta, ho avuto modo di frequentare religioni diverse; ho sentito allora il mio credo vacillare e affievolirsi sempre di più. Risposte vere, visibili, dimostrabili, possono derivare solo, non da verità rivelate, da superstizioni imposte, ma dalla ricerca, dalla libera scienza, da una società civile scevra da qualsiasi sacralità, anche se, da tali traguardi, “l’Homo sapiens sapiens” pare essere ancora molto lontano.
Non è un caso che una percentuale che sfiora il 95% dei maggiori scienziati, antropologi, filosofi, matematici, naturalisti e altri siano non credenti o, quantomeno, agnostici.
Citiamo alcuni dei liberi pensatori: Lincoln. Jefferson, Russel, Picasso, Darwin, Freud, G.Bruno, Newton, Dickens, Edison, Beckett, Camus, Eliot, Franklin, Fromm, Galilei, Kant, Kipling, Huxlej, Paine, Miller, Nichtingale, Shakespeare, Shaw, Twain, Brando, Asimov e tanti, tanti altri…


[1] Da La santa casta della Chiesa – C.Rendina – Newton-Compton, IV^ ediz. - 2009
[2] id. come sopra – (volume con oltre duecento riferimenti bibliografici)
[3] Zoroastro, Buddha, Laozi (taoismo), usarono, molto tempo prima di Gesù, le parole:”Io sono la Via, la Verità e la Luce”. Nel VI° sec. a.C. da una vergine, alla presenza di alcuni pastori, nacque Mitra, deità venerata dai Romani; egli era conosciuto come “la Via, la Verità, la Luce, la Vita, il Verbo, il Figlio di Dio, il Buon pastore” (v. Il libro che la tua Chiesa non ti farebbe mai leggere – T.Leedom – M. Murdy – Newton - Compton , 19^ ediz. – febbr. 2009)
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mercoledì 25 marzo 2009

Il mondo a gambe all’aria


Una volta di più si dimostra come il procedere del tempo, del progresso e della modernità, siano oggetto di critica severa e di palese tradizionalismo immobilista da parte, sovente, dei più anziani e di taluni poteri morali interessati, che stentano, ostacolano e non vogliono né capire, né comprendere l’evoluzione dei tempi.

Il poemetto dell’abate Giacomo Antonio Turrati, scritto nel lontano 1824, nel pieno del regime di restaurazione Stato-Chiesa post- napoleonico e tradotto qui, per estratto, dall’antico dialetto roveretano, adattato a quello ronconese (un tantino ostico e da leggersi diligentemente) enuncia in modo arcigno ma anche sconsolatamente ostile, i vizi della società di allora, recriminando sui mutamenti del consorzio umano come inauditi peccati mortali.
Ne tracciamo un breve, nerissimo profilo:
- negli anni trenta del 1800, si seguono mode bizzarre, dove è difficile distinguere l’uomo dalla donna: gli uomini portano i tacchi alti e il bustino e le donne vanno con le braccia nude e vestite da maschera - i cibi genuini sono relegati in soffitta – si beve birra tedesca e, terribile a dirsi, rum della Giamaica – tutti vogliono farsi più grandi di quello che sono (pu grant el cul de col che l’èi la braga) – si piantano dappertutto debiti correndo il rischio di andare in prigione – se il prossimo crepa di fame non interessa a nessuno – odio, vendette, persecuzioni, malafede – le donne usano discorsi da facchini di porto e gli uomini sono come belve, pronte a calare sulle giovani, prede indifese e, inaudito, è la terra che gira attorno al sole e non viceversa.
Nella parte centrale del poemetto didascalico, l’autore lamenta inoltre (non prendendosela naturalmente con il padreterno) “un tempo meteo strano, con freddo e caldo fuori stagione, lunghi periodi siccitosi e le stravaganze di cicli stagionali che non vogliono mettere giudizio. Primavere cancellate, estati brevi e torride, temporali e piogge a non finire perché le belle stagioni, ordinate e precise, se ne sono ormai andate”
Allora, diciamo noi, qual è la differenza dalle lagnose geremiadi di adesso, rispetto a centottantanni fa? A quanto appare, tutto come allora.
E non è un continuo piagnisteo oggidì per il mutamento dei costumi? O tèmpora! o mòres! - o tempi! o costumi! (Cicerone, 106 a.C.). Nelle varie epoche si dimostra come tali cicliche “lamentazioni” siano per lo più inconsistenti, immaginarie e infondate.

Titolo originale:”El mondo dal cul en su” - dato a Venezia nell’anno 1824 e recitato presso la celebre “Accademia degli Agiati” di Rovereto.


El mónt l’è na col cul su drìt
(Il mondo e andato a gambe all’aria)

(estratto dal 14° al 63° paragrafo)


Adès i è tep che ognun pensa par sì
E se ‘l pròsim crepa de fam
Co ölèl dir? Se sèghita l’istès
Pur da far i sö ‘nterès:
Sa ‘l strangóla, se dròpa ogni ingàn,
Anzi: ‘l pù brao, ‘l pù famos l’è quèl
Che riva a strangolàr el so fradèl.

Né ‘n giro, né! né al’ostarìa a scoltàr
No sentiré, da coschì e da col’àlter,
Che ‘ntorno a fonne e a sporcarìe ciaciaràr
Tat che sti asanón, a le putèle
I ghe tènd dré pù che ‘l lof ale agnèle

Aca chil che è ‘n mìgol galantòm,
A vedér che adès ghè tut svoltolà,
Ghe par che ‘l mónt col cul su drìt sie nà.


Tolé par mà le scienze e vedaré
Quate rivoluzión che le à patì
E i parér de ancö no i gataré
Squasi nigun l’istès a quij de ‘n dì.

Se voléva na olta che ‘l sol girès
Dì e nòt ‘ntorno ala tèra
E che la tèra sèmper ferma stès,
Ma tut quat al rovèrs adès se völ:
Che la tèra, dì e nòt ‘ntorno vaghe
E che,… ma se pöl?, ‘l sol fermo ‘l staghe

E quac’ svoltolaméc’ e rivoluzion
No àla fat la medicina?
E quate opinión s’à vist, contra opinión
E, ‘n sistema, butàr col’àlter en ruina?

Ma, ala fin ste sapientón i è compatì
Öh!... ma vèi i è guidè dala rasón
Ma col che fa restàr pù sbalordì
L’è che, ‘n mèz ala nòsa religión,
Ghè na pila de set che ormai crèz
‘N de ste rusunéte e vöde opinión

Oh! coschì sì che ‘l fa strasicolàr
E ‘l sanch ‘n le vene ‘l fa ‘nglaciàr.

Pensarèsef valtre adès che mì avèse sugà
Su ‘l sach dale rasón numa par, en pit,
Caciàrve ‘ndal có la pura verità:
Cola che dalbón ‘l mónt l’è nà col cul su drìt?

Co ghe völ amó de pù par far capir
Col che nfin adès ò volèst dir?
Ma se ‘l mónt col cul su drìt l’è,
Vardóm almen de no narghe dré.
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mercoledì 4 marzo 2009

L'Autonomia minacciata


Dopo oltre settecento anni di dominio straniero, sudditi di nobili, di Chiesa e degli Asburgo, ritenuti sprezzantemente ‘welsch’ dal mondo tedesco e ‘crucchi o tognì ’ da quello italiano, terra di conquista e d’invasione da parte di francesi e bavaresi, i trentini hanno potuto ottenere una loro agognata autonomia e con essa la dignità di sentirsi cittadini di una comunità in grado di autoamministrarsi, responsabile del proprio ordinato sviluppo socio-economico.


Dopo migliaia e migliaia i morti per Casa d’Austria prima e migliaia finiti deportati in Italia, nel 1918, alla fine delle ostilità poi (alla faccia di ‘suolo e popolo redento’), nel 1946, con il trattato Degasperi-Gruber, la acquisizione della autonomia costituì il riscatto di una popolazione che ben poco aveva da spartire con la italica mentalità. Per secoli come iloti, oberati di tasse dal principato vescovile e dal potere, (lo testimoniano le sollevazioni popolari contro l’esosità dei gravami e le conseguenti: ‘guerra rustica’ del 1525, guerra delle noci, la sollevazione del Dazio di Tempesta), da funzionari imperiali prima e da commissari savoiardi e fascisti poi, l’affrancamento di una autonomia, nell’ambito di trattative esasperanti e mai definitivamente risolte, ridiede dignità ad un popolo fino ad allora obbligato, per sopravvivere, ad una disperante emigrazione. Il Trentino conta, ancora oggi, più conterranei ex emigranti, altrove trapiantati, di quanti ne risiedano tuttora sul territorio provinciale.
La massiccia presenza e invadenza della burocrazia non indigena non è riuscita ad intaccare definitivamente l’atavico spirito locale, anche se molto è ormai andato perduto. Non siamo stati, nostro malgrado, lentamente meridionalizzati e non stiamo purtroppo scivolando sempre di più verso una italica forma mentis?
Comunque la laboriosità, i principi di dignità, di onestà, di cultura e di buon governo, hanno portato questa nostra terra ad essere invidiata, specie da chi, nel Belpaese, troppo spesso ha trascurato autodisciplina, sobrietà e parsimonia. Ora i lacchè leghisti, proprio loro, portabandiera delle autonomie regionali, si fanno ambasciatori di rivendicazioni che pensavamo, in virtù della Costituzione, non dovessero più essere messe in discussione. E il ‘timoniere’ sta furbescamente zitto, manda avanti la Lega, la meno accreditata a farsi portavoce di simili corbellerie, con l’intenzione di violare queste agognate legittime conquiste.
Non è in discussione la solidarietà nazionale in tempi di recessione, se ne parli ma non si tentino unilaterali colpi di mano, chiedendo compartecipazione e sacrifici i quali sappiamo, tra l’altro che, pur se copiosamente elargiti fin dal 1948, non sono stati in grado di produrre cambiamenti significativi nel Paese.
Ma l’autonomia non era il leitmotiv, il cavallo di battaglia della Lega, la quale a suo tempo andava sbracciandosi al grido di “Roma ladrona”?
Spero che i trentini tutti siano pienamente coscienti di ciò che la conquista della autonomia di questa terra è costata in secoli di attese, di umiliazioni e di sacrifici e avendola ormai idealmente interiorizzata, sappiano esprimere fino in fondo la loro concreta indignazione, qualora le congetture di violazione dovessero concretizzarsi in stupro istituzionale.
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lunedì 19 gennaio 2009

Lavinia: storie di mamma, una storia vera


Lei si muove consueta, dandosi da fare; è, come sempre, svelta e riservata, ma alla pausa per il caffè offertole dalla famiglia presso la quale quel giorno è impegnata come collaboratrice, le da l’occasione di svelarsi familiarmente con la sua ospite e, comune destino di mamme, una nube le fora le pupille. Nel reciproco dialogo, si aprono l’una con l’altra, come valve di conchiglia. Lei, Lavinia, mamma di tre bambine, abbandonana sette anni fà la natia Moldavia in cerca di un pane meno amaro.

Si salutano, un mattino, lei e le bambine di dodici e nove anni, senza vedersi; gli occhi sono in piena come ruscelli, da ambo le parti. La piccina di tre anni dorme. Lavinia la guarda e rinuncia a darle un bacio per non interromperle i sogni e se ne va, verso l’Italia, verso l’incognito. Ha trentadue anni e il buio davanti a sé; dalla luce del suo sole s’è separata, lasciandolo in un piccolo paese moldavo. Cedendo brandelli di sé, è rondine che si allontana dal nido: fino a quando? Dopo due anni in Trentino torna a casa, reduce quale collaboratrice domestica a ore, servendo anche tre diverse abitazioni al giorno.
Le figlie trovano la mamma molto dimagrita e la esortano a nutrirsi di più: “Mamma mangia, per favore, ma tu in Italia non mangi?”
La piccola ha ora cinque anni e il dramma della partenza si ripete. È ancora notte quando deve abbandonare nuovamente tutti e ripartire per Trento. La salutano le due figlie più grandi, quattordici e undici anni, con il papà. La piccola anche stavolta dorme e il sogno della mamma vicina non va interrotto.
Lavinia, da Trento comunica spesso con casa da dove giunge puntuale la esortazione a mangiare, ”… se nò ti ammali mamma!”; le dicono che la piccola chiede di lei, continuamente. Le sorelle e papà le raccontano che la mamma è molto lontana e che tornerà quando lei sarà più grande; il giorno dopo svegliandosi, dice di essere già cresciuta e reclama la mamma lontana. Che dire? Quotidianità dolorosa e drammatica di storia dell’emigrazione, sotto ogni cielo.
Lavinia ha ora quarant’anni e seduta per il breve relax, si sfoga ancora, piangendo assieme all’ospite dove lavora e racconta l’ultimo episodio di famiglia: il giorno del suo quarantesimo compleanno le ricorda l’evento della morte di sua madre, mancatale alla sua stessa età e si lascia andare sul filo della memoria. La figlia maggiore, telefonandole quel giorno per gli auguri, la pregò di non piangere evocando la nonna e lei, zittita da un nodo alla gola non rispose; “Vero mamma che non hai pianto?” Silenzio! e allora il clich del telefono chiude la conversazione; il singhiozzo di entrambe si è incontrato nell’etere.
Destino e storie sventurate e disperanti, chi è stato emigrante lo sa. Emigranti immigrati: ecco che allora è erroneo, quando qualcuno di loro fuorviando sbaglia, fare di ogni erba un fascio e disdicevole erigersi a contegni e atteggiamenti di sufficienza, quando non di alterigia verso qualsiasi immigrato. Di loro, la stragrande maggioranza sono persone degne di rispetto. Avessimo qualche volta il coraggio di guardare a noi stessi, al nostro agire comportamentale. Diciamocelo, senza scomodare la carità cristiana, nemmeno noi siamo sempre improntati a specchio di rettitudine morale e di garbato civismo.
E questa è la storia di una emigrante mamma, una storia vera.
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mercoledì 28 maggio 2008

Un po’ di lungimiranza


Si sta assistendo, di questi tempi, ad una vera e propria caccia al Rom e all’ estracomunitario, la quale pare assumenere, in alcuni casi, i toni persecutori del pogrom, con decine di migliaia di arresti ed espulsioni di massa.
Il nuovo sindaco di Roma, per non smentire il suo indirizzo destrorso, con il preannuncio della espulsione di ventimila persone solo nella capitale, da il “la” a tolleranza zero ed al suo ‘modus operandi’ futuro.

Nessun dubbio che, chi delinque vada severamente punito, anche con la espulsione; non è però accettabile che sia fatta di ogni erba un fascio.
Qualche giorno fa, girando con un amico in città, nei pressi di una farmacia, siamo rimasti esterefatti dal comportamento di un signore (sic!) in camice bianco il quale, marzialmente mani ai fianchi, apostrofò duramente un ragazzo nero ad una decina di metri da lui gridandogli: “Te ne vai si o nò? ti devo prendere a pedate?”. Il ragazzo, visibilmente avvilito e amareggiato, si girò lentamente, andandosene.
Sorpresi, non siamo stati in grado di prendere alcuna iniziativa ed io, come ex emigrante e come cittadino di questo Paese mi sono vergognato per non avere almeno chiesto il perché di un comportamento così volgare e incivile. Che cos’è se non il razzismo da una posizione di forza contro l’impotenza a difendersi?
Come è obliata in fretta la storia di una comunità. Da tempo immemore, fino agli anni sessanta del secolo decorso, l’emigrazione locale (e italiana in genere) è spesso stata costituita da quasi degli straccioni fuggiti dalla fame. La gente trentina conta “oggi nel mondo, un numero di discendenti più o meno uguale a quello dei residenti in provincia”; già tutto rimosso dalla memoria?
È storia nota quella della discriminazione non solo razziale; penso alle retribuzioni da fame che investono il fenomeno del lavoro nero. Quanti sventurati figli di nessuno cadono spesso preda di gente satolla di ogni ben di dio, buoni cristiani praticanti e moderni negrieri i quali, oltre ad angariare il senza tetto, lo remunerano con un pugno di fave. E tutto ciò a fronte della “Dichiarazione dell’O.N.U. sui diritti umani del 1948”, art.1) “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti … e dalla Costituzione repubblicana – art. 2) La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo .- omissis – tutti sono uguali … senza distinzione di razza, di sesso, di religione, di lingua, di opinioni politiche e di condizioni sociali …
È inoltre noto come le aziende, in quasi tutte le attività non possano ormai più fare a meno degli immigrati.
Tutto il consorzio civile è destinato a trasformarsi e ad affrontare continuamente le nuove realtà, sulla base degli inevitabili mutamenti che le investono lungo il corso della storia.
Più coraggio, più realismo e lungimiranza dunque; l’imprescindibilià degli eventi umani e l’evoluzione dei tempi lo impongono.
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mercoledì 5 marzo 2008

Battaglie istituzionali di ieri e di oggi


È consuetudine antica, ancorché deplorabile, la lite parlamentare, oggi comunemente e a sproposito denominata ‘battaglia’; succede dappertutto dove esista un minimo di democrazia e di libertà di parola. Nel nostro Paese, dove nessuno molla la ‘carega’ volentieri, fra le poche rinuncie a candidarsi alle prossime elezioni nazionali, vuoi per ‘precedenti’, vuoi per esclusione forzata, una di tali rinuncie mi è parsa particolarmente significativa, quasi drammatica: un parlamentare della passata opposizione fu investito, nel corso di una seduta, da pesantissime contumelie da parte dei suoi stessi colleghi di partito, per aver assunto posizioni autonome, vituperi tali da farlo ‘mancare’ fra i sacri banchi del Governo; egli, ritirandosi, ha dichiarato di non voler più ripetere simili esperienze.

In tempi a noi vicinissimi, in aula se ne sono viste di tutti i colori, dal nodo scorsoio agli incontri di pugilato, a pesanti offese, talvolta insensate.
Se andiamo a vedere precedenti di liti parlamentari furibonde, è emblematico ciò che successe a ‘fin de siècle, anni 1894/95’ , durante le giornate incandescenti degli scandali della Banca di Roma e le pazze spese sostenute dallo Stato per festeggiare le nozze d’argento di re Umberto II°, detto il “buono”, a fronte della estrema povertà del popolo, soprattutto al Sud e nel Nord-est.
“L’Asino”, giornale di una opposizione che, in certi momenti non andava tanto per il sottile, nonostante la perigliosità dei tempi, dopo la discussione sugli scandali, tenuta durante una seduta parlamentare, riassume gli elementi e gli epiteti, scambiatisi reciprocamente in aula, con un ‘edificante’, quanto graffiante sonetto:
Porco, carogna, lurido maiale,
Ribaldo, ladro, cane, lazzarone,
Sporco ruffian, facchino ed animale
Canaglia, infame, vile, mascalzone
Sudicio libertin, uomo bestiale,
Furfante, truffator, sconcio, lenone
Anima abbietta, mentitor triviale
Raggirator, brigante,villanzone
Falsario, basso, astuto, ciurmadore
Ipocrita, vigliacco, spudorato
Assassino, cretin, calunniatore
Mantenuto, mezzano, malcreato
Parricida, incestuoso, grassatore
Avanzo di galera … e deputato

Allegri dunque, succedeva pure allora; anche se la lirica era un po’ paradossale, rendeva comunque bene l’idea del clima parlamentare del tempo. D’altro canto, la ricchezza di vocaboli della lingua italiana permetteva e permette questo ed altro.
Allora la faccenda si concluse precariamente con il vindice attentato mortale al re, da parte dell’anarchico Bresci, venuto dall’America dov’era fuoriuscito.
Vi è da sperare che i nostri “augusti e litigiosi sovrani” del Governo a venire non ne combinino di troppo grosse; dietro l’angolo c’è sempre qualche ‘anarchico’ che, dal suo punto di vista, vorrebbe fare ‘giustizia’.
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martedì 4 marzo 2008

Flop Sanremo e gli insulti del signor Baudo Pippo


È da breve passata la ‘bufera’ sollevata al festival della canzone italiana, il quale mai ha avuta una audience complessiva tanto bassa, con share di ascolto irrisorie, al limite di un qualsiasi ordinario show. Io non ho seguito; sbirciando però distrattamente sui giornali ho dovuto constatare una volta di più che, pur non dovendosi meravigliare più di nulla, sono rimasto allibito quando ho letto con quale impudenza il presentatore, furente per l’andamento degli ascolti, ha affermato: “…per creare audience, litighiamo, sputiamoci in faccia, così fottiamo il pubblico, lo imbarbariamo e avremo un’Italia di merda…” come se i destini d’Italia dovessero dipendere dai festival del signor Baudo; linguaggio riprovevole e sboccato a parte, quale ridicola presunzione; non si illuda, con gli “sputi in faccia” non si fa audience nemmeno in patria.

Sono cinquanta milioni gli italiani, (così come a me, cittadino di questo ‘strano’ Paese) che del signor Baudo e del ‘suo’ festival non s’interessano o lo fanno sempre meno, impipandosene di una così petulante boria; non ci si può però non sentire offesi da una simile tacotanza e insolenza.
Gli epiteti rivolti a chi non ha seguito le serate canore, dovrebbero essere rispediti al mittente, con la raccomandazione di cambiare professione al più presto, per incompetenza e inidoneità; dalla sua vita in RAI che cosa ha appreso se, per incapacità e intolleranza, insulta coloro che dei festivai, di canzonette e di vacue frivolezze ne hanno ormai piene le tasche?
Altri sono purtroppo i problemi nazionali che ci sono sgranati, giorno dopo giorno, dai
media. Ad un giornalista che si chiedeva se Sanremo ha ancora un senso, il Baudo, divampando, rispose: “Lei è un imbecille!” per poi ripiegare, a scusa, su una emblematica quanto puerile espressione di italico vittimismo: “…siamo assediati!…” ha detto. Poverini, ma da chi? Ditecelo, che poi ci pensa la mamma a castigare questi cattivoni.. ...
Si sono invece semplicemente appiattiti come è successo ad altri programmi, questa è la realtà.- Un assedio ha tutt’altri connotati, che non sono certo quelli del mare di fiori che fa da cornice a Sanremo.
Una nota ‘disavventura’ giudiziaria avrebbe dovuto suggerirgli, a suo tempo, di ‘mollare’, ma, appunto perchè siamo nell’ Italia da lui preconizzata, egli è ancora lì che pontifica. Nelle scelte della organizzazione di costosissimi festival come di altri programmi di rilievo, dovrebbe essere maggiormente coinvolto il pubblico, senza che i ‘soloni’ in RAI insultino ed offendano chichessia. Il versamento del canone serve, a quanto pare, a pagare anche le varie ingiurie e contumelie.
Mutano i tempi ed i gusti; le giovani generazioni si beano della massiccia diffusione della musica, attraverso la sempre più sofisticata tecnologia; possibile che, incanutendo in RAI, qualcuno non percepisca queste avvisaglie?
Vi è da sperare che, bigiare i baudi ed i chiambretti, sia segno di una maggiore sobrietà e maturità critica dei miei connazionali.
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lunedì 21 gennaio 2008

Politica e discredito delle istituzioni

Sfiducia e apatia nella politica e nelle istituzioni in continua discesa. Il sondaggio Eurispes ha resi noti gli ultimi dati della ricerca riguardanti il 2007, da dove appare sempre più chiaro che la fiducia nelle istituzioni portanti del Paese, sono date “in calo progressivo e costante”. Eurispes non cita le ragioni le quali non possono essere che: la conflittualità fra i partiti, la precarietà dei Governi, i reiterati ricatti di esigue minoranze che ne minano la stabilità, il disimpegno politico di parte delle nuove generazioni, le indebite interferenze d’oltre Tevere, gli scandali legati all’immondezzaio di Napoli, la criminalità, organizzata e non, l’insicurezza dei cittadini, la precarietà del posto di lavoro, la sommersione del “made in China”, per fermarci alle più note.

“Meno della metà degli italiani si fida di scuola, magistratura e Chiesa: quest’ultima, fra le istituzioni non politiche, scende sotto il cinquanta per cento, perdendo dieci punti percentuali rispetto al 2007. In netto calo Governo e Parlamento.”
È un quadro sconfortante che prelude a scenari politicamente cupi. A ciò si aggiunge lo scarso senso morale verso le istituzioni con riguardo all’evasione fiscale, il collo di bottiglia di crediti e debiti, il costo della vita, la povertà incipiente che si espande a macchia di leopardo, il calo di civismo e l’affermarsi costante dell’ ”ego”.
A proposito di tasse, (qualcuno, con precedenti responsabilità di governo, ne ha fatto un cavallo di battaglia) che dire della grassazione tutt’ora persistente, compiuta da talune categorie (nel commercio, nel turismo, nella ristorazione, nelle libere professioni, ecc.) con l’entrata in circolazione dell’euro (senza alcun controllo delle istituzioni). Abituati ad evadere, non sempre parzialmente, oggi urlano allo scandalo delle tasse elevate, quando proprio da questi comportamenti deriva la responsabilità per l’impoverimento di milioni di famiglie. I maggiori oneri fiscali gravano, ora come in passato, sul lavoro dipendente e sulle pensioni, ai quali le ritenute sono alla fonte e nulla sfugge al gravame.
Come potrebbero essere definiti gli evasori i quali, oltre a derubare alla collettività il denaro che sacrosantamente spetta a questa per far fronte alle necessità dello Stato, per perequare le tasse fra tutti i cittadini e abbattere sul serio il prelievo fiscale? Come potrebbero essere etichettati costoro i quali fruiscono di tutti i servizi della comunità (sanità - scuole di ogni ordine - strade - sicurezza - Giustizia - Parlamento – Regioni – Provincie - Comuni, ecc.) a spalle di chi le tasse le paga? Non dovrebbero scattare per costoro una serie di reati quali il furto, l’appropriazione indebita, l’associazione a delinquere, occultamento di beni della comunità, inosservanza grave di precise norme giuridico/finanziarie, tali da far finire finalmente qualcuno in gattabuia? Nò! la legalità è il diritto dei poveri e in prigione va colui che ruba la mela per la madre ammalata ma non codesti mariuoli, i quali sono spesso circondati da nugoli di legulei che li …difendono…
Lo Stato dovrebbe educare, attraverso le scuole e i mass-media, con programmi che trasfondano ad ognuno, ‘in primis’ ai giovani, questi intrasgrebili doveri civili. A quanto pare invece conta di più imbonire con “L’isola dei famosi” o con “Il grande fratello”; con questi motori, evoluzione, senso civico e solidarietà fanno passi da gigante. Non per nulla figuriamo come Paese indecente.
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domenica 13 gennaio 2008

La fàola dal “Salvanèl da Val”

Ndai paes dale val dal Trentin, le era amó tate le legènde che, contàde su, le ne fava star lì col fla sospés. I noni, dré ai filò da steàgn ndale stale de invèrn i ne fava scoltàr magare aca tate olte la stèsa fàola, ndo che i ghe tiràva tèr sìti e set de famèie amó cugnesùde lì ndal paes e, così tì te sére lì co la boca par aria, ‘ncantà a scoltàrle.
Ntrà le tate, una la ne piaséva de pu de tute, parchè, i ne diséva, i era laór che era sucès lì apè al paes e parchè i era laór sucès ala famèia dij Amistadi “S-ciòp” che, nde col tep lì, l’era amó 'n bèl mìgol cugnesùda.

La fàola dal “Salvanèl da Val”
Tac’ ma tac’ agn fa, canche no ghera gnamó gna machine e gna vie ndale nòse val, ma ghera numa sentér e la set la naséva e la morìva senza mai èser nada fò dal sò paes; canche ghera amó diàoi e streghe ca ghe fava na gran pòra a tuc’ e la Cesa de alora la ghe fava crèder ca, i mòrc’, i sarìa vignù a sgrafignàrghe i pen, ntat ca i dormiva, a chil ca no ubidìva …a col de sora.



E ben! en de col tep lì, a Roncón, ghera na putèla ca la se ciamàva Lavinia; l’era na bèla putèla co i cavìn négher e lónch, ca ghe fava na gran trècia ‘ntorno al có. L’era na putèla sèmper trista; la vita no l’era stada miga masa trènda con de vèla. El so pupà e la soa mama, en po’ de tep emprùma i era né a copàrse, par nar a far en po’ de fen ale coste; i era né a dar su co la carga sala schena nde ‘n bort tof. Col an lì era vignù fò na gran suta no i öva segà pel de còrt. I göva doe vache e na cavrìna da mantignìr ca, senza da magnàr, le avrìa patìda la fam.
I Amistadi, ca i diséva che i era dij S-ciòp da Tagné, i göva na cà da mót, con de pré e gac' aca tèr a Val, apè a Luda, lì sala drìta ndal nar en Val de Bondón.
Lavinia, che l’era restada sola con de ‘n fradelìn de des e dódes agn, l’à dovù ‘mparàr ‘mprèsa a goarnàr, a segàr el fen, a mólger e a casaràr, a far lègna e foia, a tör fò el lodàm e a tignìr su la cà. Tute le domà, canche l’era amó nòt fonda, con de ‘n lum de cira ‘n mà, la ciapàva su e la nava tèr a Val a goarnàr; no la se fidàva a fermarse la déter a dormìr de sira en de col post lì, vèla sola, aca parchè, na nòt che ghera fò en gran temporal, l’öva sentù dai rumor strani, come ca i plangès vargùn : coschì l’era sta en laór c gheva fat ciapàr en bel mìgol de schechèo.
Canche le vache le à fat i vedelìn, la fava fadìga a starghe dre a tuc’ i sö mestér e l’era en mìgol desparàda ma… na domà…canche l’à ‘ndravèrt el casèt, la gà vist tèr la sprèsa frèsca sal spresùr, el botér apena fat, co la soa ciupèla en l’aqua frèda, la puina tacàda ià a sgociàr sal cigàgn, el paröl dal còt sal föch e tuc’ i mestér fac’. Vèla l’èi restada lì senza parole; la s’à domandà chil ca podrìa èser stà sì bravo da far tut e lasàrghe lì così concià ià. En la stala, le vache le era bèle ca molgiùde e goarnàde e aca lì, tut a post. La s’à vardà ‘ntorno e, l’unich sègn ca l’à vist l’ei stada na s-ciupìa en tèra, che la pareva cola de ‘n bèch; l’à scomenzà a avérghe en pò de pòra; ghè vignù en mente na storia ca ‘l gheva contà ‘l so pupà canche l’era amó picióla.
“ ‘Ndal bosch chì apè” – el göva dit el pupà – “ ghe vif déter i Salvanéi, ca i è i fiöi de Silvano, el dio dai bosch , dale sèlve, dij pré e dij cap. I è bravi e tranquij ma parmalos; dale olte i è aca despetós e no mìa miga ‘nrabiàrle. I te fa aca dij schèrz gna borc’ ma, en le not che la luna l’èi plena, i magna carn viva.. Co le soe gambe longhe da bèch, i fa ‘l gran viagiàr entorno senza ca nigùn ghe rive a vedérle e i vif, ensuniàndose de na bèla putèla che le basa; bórc’, co la barba ca par fil de fèr e spuzoléc’ coma ca i è, no ga n’è gna una ca vorìa darghe ‘n basìn.” - el finiva de contàrghe el sò pupà.
Oramai, tuc’ i dì, vers le zinch de domà, canche la 'ndrevéva la stala, la gatàva vache goarnàde, sprèsa, botér e puina fac’, i saron en dal paröl amó calc’ e…ste s-ciupìe chi e lì en la tèra umida ‘ntorno ala cà, ‘nsèma a n’odor de sólfer, de salvàdech e spuza da bèch; tuc' sté laór i ghe metéva tèr en bèl mìgol de angósa.
“...e, se 'l fus dalbón en Salvanèl, un de quij bon ca s'à mès en dal co de eidàrme? - ca 'l se sìe 'nnamorà de mì e ca 'l völe fàrmel capìr cosìta?..” L'idea, de na banda, la g'à fat piazér e dal'altra la g'à mès na pòra santìsima, a pensàr coma ca i è bórc' i Salvanéi ca 'l göva contà 'l so pupà.
“...e se 'l se presènta, có ghe dìghe?... e ...la sa le 'mmaginàva bèle lì dinàc'.
Tuc' ste pensér no i fava ca farghe vignìr, da na banda, pòra e da col'altra, aca na gran curiosità; ormai l'avrìa volù savér aca chil ca ghe nava par cà de nòt, a farghe i mestér sì ben.
Vèla e 'l sò fradelìn no i g'à dit gnènt a nigùn, no i gavarìa credù, fantasie de putéi, insùni...
Alora, vèi dó, i à decìs de fermàrse na nòt a dormìr tèr a Val, sala cà, sora la stala. Fò par el dì, i à fat en bus, na tana en dal mùcol dal fen e i ghe s'à cacià déter, col cör en gola e 'l flà sospés.
De sicùr no i à sarà öc' ; la putèla la s'èi pentìda pù de na olta, a pensàr al ris-cio ca i era dré che i coréva.
“... e se 'nvéze no 'l vignès – e se fu vargùn ca no se sa ben col ca i völ?... e, 'ntat, con de ste pensér ca ghe metéva en bèl spaghèt, è pasà ià en po' de ore dala nòt; le vache, 'nla stala desóta, le grimiàva e la cavra, ogni tat, la scorlàva 'l campanèl tacà al canavèt.
Tut en de n'àtim, Lavinia l'à sentù le vache che leva su 'n pen e che scoménza a magnàr e aca 'l föch ca s-ciopèta ndal casèt. La se gira vèrs el fradelìn ma vèl, el s'era ndromenzà coma 'n sas; alora la sèi sentùda amó pu sola. Adès se sentìva ben pulìto le sbolzàde dal lat en dal sedèl da mólger: sim – sum – sim – sum; l'era quasi na musica ca 'l paréva ca la le 'nvidèse a 'ndromanzàrse.
'Nvéze, l'èi vigùda fò pianìn dala sò tana ndal fen e bùtase su 'n tèra, su dré al bus dal fenèr, par podér vardàr su 'n la stala. L'à cacià su 'l co ma, ghera su tut scur e no la ghe rivàva a osmàr nagót.
Ma… tut en de 'n colp... s'à fat en silènzi ca no 'l paréva gna vìra: le vache e la cavra no le se moöva pù, ghera tut fermo coma se 'l mónt el fùse stà sospés par aria e, aca el cör de Lavinia, el pareva che no 'l batèse pù. Se i gavès cavà sanch no ga 'n saria vignù fò na gocia.
'Nla penombra l'öva 'ntravìst na sagoma ca è nada ià coma na saèta, en fùlmin, senza far nigùn rumor ; con de 'n sbàlz sol, la figùra la ghèi rivàda lì apè e, coma en lof che sbàia, la g'à fat 'n'urlo sal mus, che 'l g'à parèst na gran slèpa..... se te spetàve amó na sira, t'avrìa 'nsegnà co i sarón a far la cira!...
Defàt dopo, na scarica de luce blù, coma na fólgore, l'à travarsà la stala e Lavinia, stramortìda dala pòra, l'à vist el Salvanèl en tuta la soa figura: el mus ispido e spirtà, 'l pareva che l'avès ciapàda na gran delusión o 'n tradimét; l'era vestì, dala mèza vita ‘n su, pelós coma cavra e... i pen... doe gran ciate de bèch.
Coma che l'èi vignùda, la saèta l'èi a nada e ndal' aria è restà n'odor de sólfer e de rasa brusàda.
E' vignù de nöf tut normale, el Salvanèl no 'l s'à pù fat vif ma, da alóra, no ghè stà pù nigùn ca è stà bon, co i sarón a far la cira.

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La leggenda del Silvanello di “Val”

Nei paesi delle valli trentine, molte sono le leggende che, narrate, facevano stare con il fiato sospeso. I nonni, durante i lunghi “filò” invernali nelle stalle raccontavano, anche più volte, le stesse fiabe, con riferimento a luoghi e personaggi conosciuti, creando spasmodica attesa e una magica atmosfera.
Fra le tante, una sorprendeva sempre, vuoi perché era accaduto lì, vicino al paese, vuoi perché vi era implicata gente degli Amistadi “S-ciòp”, a quei tempi ancora molto conosciuta.

Molti, moltissimi anni fa, quando ancora non vi erano strade nelle nostre valli, ma solo sentieri, e la gente nasceva e moriva senza essere mai uscita dal proprio paese; quando ancora diavoli e streghe terrorizzavano la vita contadina, e i defunti familiari, a detta della Chiesa di allora, sarebbero potuti venire a graffiare le piante dei piedi dei parenti, mentre si trovavano a letto, qualora questi non avessero condotta una vita integerrima o non avessero ottemperato a tutto ciò che la religione imponeva loro…
In quel tempo a Roncone, nelle sperdute valli della “Judicaria Summa Laganensis”, viveva Lavinia, una bella fanciulla con lunghi capelli neri, che le formavano una stupenda treccia raccolta intorno al capo. Era una ragazza sempre triste; la vita non era stata tenera con lei. Il papà e la mamma, ancora molto giovani, erano morti, cadendo in un burrone in alta montagna, dove si erano recati a raccogliere fieno per le loro due mucche e per la capra, poiché la stagione siccitosa aveva bruciato il secondo raccolto di erba e le bestie, durante l’inverno, avrebbero rischiato la fame.
Dal paese, il bestiame era stato trasferito in località “Val”, in quota poco oltre l'imbocco della Val di Bondone, dove la famiglia possedeva un maso con prati e boschi.
Lavinia, rimasta sola con un fratellino dodicenne da allevare, dovette imparare presto a rigovernare il bestiame, a mungere, tagliare il fieno, procurare legna, fare burro e formaggio e tenere la casa. Ogni mattina, ancora a notte fonda, essa si recava dal paese al fienile di “Val” a governare le sue bestie, al lume di una candela di cera. Non si fidava a restare a dormire da sola in quel posto isolato, anche perché, certi rumori strani, come dei lamenti, che aveva uditi una notte di temporale, l’avevano parecchio spaventata.
Quando le mucche partorirono, le sue incombenze ad accudire alla stalla, a lavorare il latte, le prendevano tanto tempo e impegno. Era disperata, ma…una mattina, aprendo la cascina, si accorse che qualcuno era stato lì.…vide la caldaia del latte con i sieri sopra il fuoco appena spento, il formaggio sul tavolaccio e il burro nell’acqua fresca, la ricotta messa a scolare sotto al camino. Senza parole, si chiese chi potesse essere stato così gentile e bravo da lasciare tutto a posto, pulito, ordinato.
Le mucche munte e rigovernate, i vitellini nutriti, la stalla in ordine e pulizia impeccabili. Lavinia notò unicamente un’impronta di piede che pareva un grosso zoccolo di caprone e questo la preoccupò molto. Il pensiero corse ad una storia che papà le aveva raccontato molto tempo prima.
“Nel bosco vicino”, le disse il babbo, “vivono i ‘Salvanéi’, i Silvanelli, figli di Silvano, il dio delle selve e della campagna. Sono bravi e tranquilli ma molto bizzosi e suscettibili; talvolta sono dispettosi e non bisogna irritarli; combinano scherzi spiritosi ma, nelle notti di luna piena è meglio girare loro alla larga, poiché si nutrono di carne viva e non vanno tanto per il sottile con nessuno. Con le loro lunghe gambe da capra, percorrono grandi distanze senza essere notati e vivono, sognando il bacio di una qualche fanciulla. Brutti, barbuti, irsuti e puzzolenti come sono, nessuna vorrebbe baciarli”, concludeva ridendo il papà.
Ormai ogni giorno la storia si ripeteva; puntualmente, alle cinque del mattino, lei trovava le mucche munte, formaggio e burro lavorati di fresco, i sieri ancora caldi nella caldaia e queste grandi impronte, qua e là nella terra umida, intorno al cascinale e… uno strano odore misto di zolfo e di selvatico, assieme pungente e inquietante.
“E se fosse proprio il Silvanello? Uno di quelli buoni che ha deciso di aiutarmi? Che si sia invaghito di me e me lo voglia dimostrare in questo modo?” L’idea la lusingò ma la terrorizzò allo stesso tempo, pensando a quanto brutti erano i Silvanelli descrittigli dal padre. “Se si presenta che gli dico?” E immaginò subito due piedi di caprone, una barba ispida e un ghigno ansioso di esternarle il proprio ardore amoroso. Tutte queste considerazioni non fecero che accrescere in lei timori e curiosità.Voleva scoprire chi era colui che, a notte fonda, si occupava delle sue mucche e dei suoi affanni.
Non ne parlò con anima viva, non le avrebbero creduto, fantasie di ragazza, sogni.
Decise allora, complice il fratellino, di fermarsi una notte a dormire sul fienile soprastante la stalla. Fecero insieme una tana dentro al mucchio del fieno e vi si acquattarono, con il cuore in gola e il fiato sospeso. Di sicuro non chiusero occhio; lei più volte pentendosi del guaio nel quale si erano cacciati.
“E se stanotte non venisse? e, se si trattasse invece di qualche angelo delle tenebre che si diverte a spese di due poveri ragazzi indifesi?” Con queste spaventose fantasticherie trascorsero alcune ore della notte. Le mucche nella sottostante stalla ruminavano tranquille e la capra scuoteva, di tanto in tanto, il campanello agganciato alla cannabula di legno appesa al collo.
Ad un certo punto, Lavinia udì le mucche alzarsi in piedi ed iniziare a nutrirsi alla mangiatoia e il fuoco crepitare nel focolare. Si girò verso il fratellino ma, questi si era pesantemente addormentato e lei si sentì ancora più sola. Adesso distingueva chiaramente il rumore del latte munto cadere a lunghi spruzzi nell’apposito secchio in legno, con un soffice tonfo smorzato nella schiuma, un sim! sum! sim! sum! cadenzato come una musica, la quale sembrava la invitasse a lasciarsi andare ad un dolce, ipnotico sonno.
Non senza sforzo si alzò e uscì dal tunnel di fieno, avvicinandosi cautamente alla feritoia sul pavimento, da dove, ogni giorno, essa calava la razione di fieno occorrente nella sottostante stalla, e sdraiata sul pavimento, infilò la testa nella feritoia tentando, nell’oscurità, di scoprire il segreto di quelle misteriose visite notturne.
Tutt’ad un tratto si fece un silenzio irreale: le bestie non si muovevano più, tutto era fermo come sospeso e anche il cuore di Lavinia sembrava non battere più. Nella penombra intravvide una figura velocissima che, senza alcun rumore, si avvicinò alla fessura dalla quale essa osservava ciò che stava accadendo nella stalla. Nel silenzio allucinante, si levò verso di lei un urlo, un ululato, che la colpì come uno schiaffo in pieno viso: “Se tu avessi atteso ancora una sera, ti avrei insegnato con i sieri a far la cera”.
A quel punto la stalla si illuminò con una lama di luce bluastra e Lavinia, paralizzata dal terrore, vide il “Salvanèl” in tutta la sua figura: la faccia ispida, esprimeva una grande delusione, come se avesse subito un tradimento; vide, dalla pancia in giu, il suo abito di pelo di capra e…i piedi… due possenti zampe di caprone.
Nello stesso istante la luce accecante scomparve e nell’aria rimase un vago odore di zolfo e di resina bruciata. Tutto tornò alla normalità ma, da allora nessuno più riuscì a scoprire la formula con la quale fare la cera, con i sieri del latte.




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domenica 25 novembre 2007

L'uomo e' come l'erba

La liturgia funebre recita…e supplica: …ricordati Signore, che l’uomo è come l’erba, come il fiore del campo
Ne prendo lo spunto per una riflessione: … l’uomo è come l’erba…; certo, in natura, un cespo d’erba che vegeta su una zolla ricca di sali minerali, ha l’opportunità di dispiegarsi e prosperare, primeggiando sugli altri e tenendoli, con termine bio/ecologico, sottoposti, quando addirittura non li impoverisce fino a soffocarli; è la regola: mors tua, vita mea.


Mi pongo spesso questo dilemma, senza trovarne adeguata risposta; non intendo scomodare la metafisica oscurantista o le infinite credenze religiose, anche perché le risposte su quei versanti, o sono cieche o sono senza obbiettivo, ragionato riscontro. Sulla terra tutto è regolato dalla natura. L’uomo ha solo la pretesa e l’illusione di esserne arbitro o attore principale e, se lo è, lo è per sé e purtroppo, per creare alla natura stessa enormi, incertezze e forse, irrecuperabili danni.
Ma, se alcuni fili d’erba sopraffanno gli altri, la sineddoche da trarne è l’equiparazione al cosidetto Homo sapiens, il quale è ben rappresentato da molti esemplari paragonabili ai fili d’erba dominanti, costituiti dal più forte, dal più astuto e calcolatore, da colui che alla violenza fisica ha sostituito quella psicologica, dal più guerrafondaio, non importa se singolo o se Stato-nazione. Anche nelle piccole comunità, esiste il fortunato cespo o filo d’erba, il quale cerca di signoreggiare sopra la vegetazione erbaceo/umana circostante.
Ed è inutile che questo essere ritenuto intelligente, si arrabatti a sembrare, o ad apparire ciò che non è, a meno che per intelligenza non s’intenda furbizia, macchiavellismo e scaltrezza. L’entità uomo cerca il predominio sui suoi simili e su tutto ciò che lo circonda, con guerre millenarie, con false dottrine per imbonire i più sprovveduti, con leggi che lo favoriscano spesso ad personam. Questi squali, pur di prevalere, di arricchirsi a spalle dei fili d’erba sottoposti e ombreggiati, fanno di questo macroscopico e vile impulso di sopraffazione, la ragione principe della loro esistenza.
Vanno a confessarsi, a redimersi, con il fermo proposito di non peccare più…fino al giorno dopo. Pessimismo? sfiducia? nò, realtà elementare con la quale facciamo ogni giorno i conti e con la quale, come purtroppo legge di natura vuole, non è in verità così semplice rapportarsi; l’uomo ha ancora tanta strada da percorrere per essere filo d’erba fra i fili d’erba.
ricordati Signore, che l’uomo è come l’erba, come il fiore del campo
Al padreterno, oltretutto, non occorrerebbe ricordarlo, non è egli onnisciente?
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venerdì 1 giugno 2007

Ma tasi ti, vèc’ sbarlèch!

A vardarme ‘ntorno ben
en po’ de angósa la me ven,
no ghè pu pré e mì no vèč
che guidač, raze e buschèč

Na piovra co i den scondù ndal fen
che a segar pu no convén
e ‘l bosch el riva, de cià e de là
e ‘n po’ par tut, l’è bèle sal us de cà.



Con fen e erba ‘l cót no ‘l torna propi:
i era fac’ par mantignìr cavra e agnèl,
par far en goč de lat da dar ai popi
e, i scarti, da cösarghe al porcèl.

No pù stale, vache, far lèt, segàr fen e còrt
no pù cavre, fede, porcèl, galìne e bascòrt
e nde trent’agn è sparì tut - en bèl portènt
no ghè pù casaràr, lodàm da portar fò, pù gnènt!

El lat l’è “pas-to-riz-zato”
el botér el g’à “il co-les-te-rolo”
el formài el par cachìne bianche
con de ‘n colór che, ‘l par “con-va-le-scente”
e, se i savès de vargót! no i sà de gnènte!

E ndo èle polènte cocie da butàr fò i belòč
lèpa, fradàgoi, brö brusà e bóia,
mosna, sprèsa rostìda e sfregolòč,
tut en magnàr ca te fava vignìr voia?

Lagóm pèrder, valà, le recriminazión
de pré e de cap ca è nà ‘ndré;
l’èi però l’istès na gran desolazión,
pensar a col ca ghè stà tribulà dré

Quata èla la gioventù ca no sa pù dropàr
podèta, manaròt, rastèl e fèr da segàr?
e, no avèndoghe memoria de col ca è pasà,
quac’ èi ca no à mai ciapà ste argàgn ‘n mà?

L’è vira, l’òm ‘l gà tate risorse; dalbón.
Dré ala via se’ndrìza la sòma, ‘l dis el ritornèl;
me töl però el flà, l’angósa de sto arbandón,
de ste buschèč ca me ven fin sal cancèl.

Na gosatìna nde na rècia la me dis:
“…ma tasi, ca te sé numa ‘n vèč sbarlèch”!
però, no sò co farghe se ma la ciàp si fis;
mi taso … el sò ca g’ò ‘n po’ dal mognèch!

Traduzione: guidač e raze: arbusti infestanti - belòč: occhioni - lepa, fradàgoi, ecc.: antiche pappe di farina gialla – podèta: roncola – argàgn: attrezzi – buschèč: cespugli – sbarlèch: ciarliero – mognèch: lamentoso

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giovedì 17 maggio 2007

El dialèt

El dialèt? en son, na musica de cà,
en pòpo ‘ncantà el scolta sto parlàr
e ‘l tas; el se sent sal sò,
coma ndal véter dala mama
pu ben de lì, ndo pödel star?


Parlàda vècia, en gran bèl ciacolàr
mel, spargiùda sal sentimét
órbada senza perìcoi, sicura, drita,
pan par el cör, forza de vita,
spèc’ dale nòse generazión pasàde,
lingua, che de pu bèle no ga n’è mai stade

Trie parole, n’ociada,
ne som bèle capì, senza tat darse da far,
en descórs cort e ciar,
e… ‘l val numa par far filò,
tut el rest dal batolàr

I agn, da piciói, co le gos de mama e pupà
de fradéi, de set che ciàciara e sa le conta su
dolze, frèsche melodie
che no torna ‘ndré pù.

Con quèst vöi dir che, col dialèt,
parla de pù ‘l cör che l’intelèt;
se ‘l cambia, nol sarà pù si bèl,
el sarà coma avérghe taià le ale a ‘n osèl.

Traduzione: véter: ventre – órbada: proda erbosa – numa: solamente - batolàr: chiacchierare – gos: voci
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sabato 3 marzo 2007

La Terra, una cellula dell’universo?

La teoria dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo mi porta spesso a pensare che il nostro pianeta, sia ipoteticamente il microscopico elemento di un “essere” infinitamente grande, che sia, ad esempio, come una cellula nucleata, un leucocita sanguigno vagante nel plasma dell’universo, ma con un suo preciso compito da svolgere.

L’uomo, mi arrovello, è paragonabile ad un microrganismo, il cui compito è quello di occupare tutta la “cellula” Terra, fino ad esaurimento delle scorte, come un tumore, il quale, dopo aver devastato un corpo, assieme a questi perisce?
Il “tumore uomo”, nella sua superbia ed arroganza, avvalorati da comandamenti biblici quali il dominio del mondo su “tutte le cose” terrene, nell’inconscio, si rende conto di qual è il suo fine ultimo e che, in sé stesso, rischia di trovare la propria autodistruzione?
È così, se ci guardiamo in giro, che funzionano gli altri organismi? Ognuno dipende dall’altro e dall’altro si difende e attacca: “mors tua, vita mea”.
Questa lotta non mette solo l’uomo in concorrenza con altri organismi ma, gravissimo, bensì con se stesso, con i propri simili, con devastanti conflitti guerreggiati, tensioni economiche, sopraffazioni e schiavismi psicologici, religiosi e profani; sotto certi aspetti, egli dimostra una animalità mai del tutto sopita e doma.
Quando il danno creato da un organismo su un altro è irreversibile, l’organismo invasore soccombe con il suo ospite.
Sono solo teorie che dovrebbero far riflettere, senza che qualcuno vi si scagli contro; può essere anche solamente una provocazione per discuterne, ma non con argomenti esoterici o metafisici, che lasciano il tempo che trovano.
Perché non parlarne?
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giovedì 1 marzo 2007

Crescita e decrescita sostenibili, sono solo slogan?

Il disagio psicologico che, sia singolarmente sia collettivamente avvertiamo, di fronte alla ormai fittizia crescita economica ed il malessere che si intrufola nella società, sembrano fare la parodia verdiana del Barbiere di Siviglia … la calunnia è un venticello, una arietta, assai gentile, che invisibile e sottile, lentamente lentamente…. e pongono interrogativi ai quali non è agevole rispondere. È ormai chiaro che di sostenibile, se la crescita è quella attualmente nei programmi dei grandi, non rimane più molto.

Gli spazi sempre più ridotti possono agevolare solo chi, dei destini di tante nazioni, non se ne cura; ma è una sostenibilità a senso unico e, anche per costoro, non sarà eterna. Se pensiamo che, già nel 1999, in un rapporto sullo sviluppo umano, i tre miliardari in testa alla classifica mondiale detenevano, da soli, ricchezze superiori a tutti i paesi sottosviluppati, con abitanti pari a oltre seicento milioni di persone, qualcosa di vergognoso che non gira, non funziona, esiste. Gli stessi denunciati fallimenti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale sono un segnale eloquente dei limiti entro i quali, parlare di crescita sostenibile è, anche nel breve periodo, pura utopia.
E allora dovremo affrontare una decrescita: questo è termine spaventoso, la cui idea atterrisce quanto e più del disagio psicologico sopra accennato. Henry D. Thoreau, gia verso il 1850 avvertiva: “Ciascuno di noi è ricco in proporzione al numero delle cose di cui può fare a meno “.
In verità, il tema “decrescita” è affrontato già, in qualche modo, a livello di diversi Paesi; si parla di decrescita non negativa, conviviale, condivisa. Siamo agli albori di una presa di coscienza che troverà però delle resistenze fortissime. È una empasse culturale. La apprensione che, con insistenza è denunciata da uomini di scienza, premi Nobel, ambientalisti di tutto il mondo circa l’enorme incognita dell’inquinamento e del surriscaldamento atmosferico, le diatribe che la questione suscita negli Stati, nelle città, anche le più piccole ormai, come a livello di amministrazioni comunali, è allarme che stenta ad assumere valenza di presa di coscienza globale, e qui si parla di insostenibilià ecologica. Nei soli Stati Uniti, il consumo delle risorse degli ecosistemi di terra e acqua è cinque volte superiore alla disponibilità media del globo; per quanto ancora la biosfera, sommando i consumi di U.S.A., Europa, Asia e Sud del mondo, riuscirà a fare fronte a tali sprechi? Alle riunioni organizzate sul tema, alcuni Stati addirittura non partecipano, pur essendo i più potenti ed i maggiori inquinatori, Stati per i quali pare esistere un non condivisibile timore reverenziale solo a citarli. Già vent’anni fa, il responsabile della Commissione Mondiale per l’Ambiente ed ex premier norvegese G. Harlem Brundtlamnd lanciava uno slogan mai raccolto: “crescita sostenibile”; il significato era: non fermiamo il progresso ma conciliamolo con le risorse globali ed i doveri verso le future generazioni. Ora è concetto che suona inattuale di fronte ad una situazione disperante; prima che si superino gli interessi politici ed economici globali, occorrerà giusto il tempo dopo del quale sarà già troppo tardi: Catastrofismo? no, realtà evidente , che si esplica nello sconvolgimento delle stagioni, nello scioglimento dei ghiacciai, nelle torride stagioni, nelle invivibili città, nei disastrosi ‘tornados’, nell’avanzare della desertificazione, negli sconvolgimenti generati dalle sperimentazioni atomiche, nella scomparsa di tante specie animali e vegetali, nelle affezioni di nuova generazione per l’uomo e se ne potrebbero aggiungere altri. S’è continuato a inquinare, a devastare foreste e atmosfera un po’ ovunque. Mentre l’uomo sta lentamente condannando se stesso, poiché di questo si tratta, chi di dovere dovrà pure percepire finalmente l’altissimo grado di pericolosità raggiunto ed assumersi, per tali problematiche, le immani responsabilità che la politica ha nei riguardi delle generazioni a venire. Che queste non abbiano a maledirci per la nostra ignoranza, avidità e avventatezza.
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